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Consigli futili, segreti fondamentali, qualche ricetta elaborata e variata dalla nostra esperta che ritroverete presto in ebook più lunghi con menù a tema e speciali tutti per voi. Questo è un “ebook antipasto” con suggerimenti su come preparare una tavola, sulla musica giusta, sull’ambiente ideale, sul modo migliore per unire la praticità necessaria al contemporaneo, al gusto e alla qualità.. Il tutto all’insegna di un gusto sottile del saper vivere, del piacere. Tutto da godere e da mettere in pratica. Ritorna il Food Project di Errant Editions.

Per il momento si può scaricare qui. Prossimamente in tutti i principali store on line

 

Ricette classiche della tradizione siciliana, con le indicazioni per realizzarle. Non solo. C’è la storia, in questo testo, c’è il piacere e la cultura della Sicilia, quella vera, che l’autore ci restituisce in una colta e raffinata panoramica, dove il singolo dettaglio diventa elemento cruciale per conoscere e capire meglio una terra, la sua storia, le sue abitudini. Francesco Piccolo è laureato in sociologia, siciliano di nascita ma residente a Bologna, eccellente cuoco e studioso delle tradizioni, organizzatore di eventi, impegnato nel sociale ha scritto un’opera di grande interesse e pregio, con illustrazioni, in esclusiva come ebook per Errant Editions.

Il ricettario di cucina siciliana lo scaricate qui e siamo veramente lieti di potervelo presentare. Sarà disponibile negli store on line, è un magnifico testo illustrato, prossimamente, già richiesto, sarà tradotto in inglese. Abbiamo iniziato a lavorarci.

State con Errant.

 

La versione digitale del romanzo di Francesca Mazzucato,  per il momento è disponibile qui,  in formato epub. Molto presto sarà presente anche su Amazon Kindle store, e a seguire negli altri store on line. Come Errant Editions stiamo preparando traduzioni in inglese e francese che appariranno prossimamente.

( nella foto, uno degli articoli usciti dopo il tour di presentazioni seguito all’uscita del libro cartaceo. Qui l’autrice è a Salsomaggiore Terme, presentata da Andrea Villani)

La presentazione   in anteprima avvenne al Salone del libro di Torino con Laura Guglielmi, poi il libro, “accompagnato” dall’autrice, fece un tour  in varie città, fra cui Milano, Genova e Bologna.

Recensioni

“…Ecco che l’autrice si ritrova continuamente nelle parole e nelle storie di tutti i personaggi del suo libro. Il romanzo è come una suite dove le danze si alternano in andamenti ora sereni e ora vivaci ma accomunate dalla medesima tonalità. Un’autrice sdoppiata, dunque, anzi no, divisa in più e più parti del suo io, ciascuna parte associata ad un personaggio, a un punto di vista sempre diverso ma infondo riconducibile all’io che scrive. Un’autrice che in questo libro decide di associare senza troppo descrittivismo il suo essere scrittrice alla protagonista della storia. La protagonista dunque è metafora dello scrittore, caratterizzata da una volontà di puro ascolto (o ascolto puro?) e dallo spirito del viaggio. Si delineano così pian piano le parti che caratterizzano un libro che è meta narrativo, un racconto sul narrare, perché come afferma Goody il creatore d’atmosfere: “Non si è mai soli quando si hanno delle belle storie da raccontare.” (Pag. 69) Questa breve citazione introduce una prima considerazione sulla scrittura di Francesca Mazzucato che è, come afferma lei medesima, prima di tutto atto in sé stesso, experience, e poi la narrazione di una o più storie, l’apertura di un mondo. In questo senso, il viaggio sembra essere metafora perfetta della scrittura che racchiude experience e narrazione di storie. Un viaggio circolare: la protagonista parte da sola, incontra tante persone che si ritrovano a fine corsa, ma mentre gli altri festeggiano (‘la fine dello spettacolo’) facendo colazione, lei li saluta, non può restare, ha un altro treno, un altro viaggio da intraprendere. La circolarità dunque non divide l’io dello scrittore dal mondo in un rapporto conflittuale, ma rappresenta il perimetro di un’esperienza immaginativa dell’io della protagonista-scrittrice, che crea e da vita a suoi personaggi e alla fine li abbandona perché essi vivano di vita propria, perché lei deve cominciare un altro viaggio. 

Ma Train du rêve è anche un omaggio alla letteratura di Cesare Zavattini, alla poetica di Marcel Carnè, e alla Nin. E infatti ritroviamo frasi o personaggi che a loro appartengono: c’è Mobic di Totò il buono, che sta imparando ad essere buono anche lui, ci sono i pensieri su Miracolo a Milano dove alla fine i poveri della baraccopoli si dirigono con le scope verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno, e poi c’è il violinista che assomiglia tanto a Baptiste il protagonista de Les enfants du paradis, e infine quando una ragazza, protagonista di una storia border-line ricorda: “Aveva sussurrato al mio orecchio  parole esagerate, belle da sentire come sono belle le bugie” (pag 41) ricorda la Nin. 

Quest’ultima citazione  in prima persona ad un lettore già avvezzo alla letteratura di Mazzucato farebbe individuare che anche in questo scritto l’io narrante, come un folletto salta a destra e sinistra, facendoci rapportare con punti di vista molteplici. Sembrerà strano in una struttura romanzesca come questa dove c’è una protagonista, che viaggiando in treno giustifica l’apparizione di tutti gli altri personaggi, e dove la scrittrice si ritrova in tutti i personaggi, ma anche se la protagonista-scrittrice è sicuramente un punto di vista centrale nella narrazione lascia libertà espressiva anche ad altri punti di vista in una complessità di visioni che spesso sono antitetiche tra loro, ma importanti per darci una visione ampia e multisfaccettata dell’oggi. Perciò la scrittrice si ritrova nelle parole dei personaggi perché medium, strumento per loro di comunicazione, come quando il violista ci legge il diario del bisnonno dove c’è scritto che il liutaio, le sue mani, i suoi strumenti sono arnesi di Dio, un io dunque a servizio di qualcosa d’altro.

Il presente con i suoi problemi è nelle parole di molti personaggi: c’è il creatore di atmosfere, o lo sniffatore di pianerottoli che si sono inventati un nuovo lavoro per sopravvivere in una realtà di lavori precari e di sfruttamento come per la cambogiana, che prende il posto di lavoro di Loriana la pendolare in un calzaturificio e che è costretta a dichiarare di esser pagata diciotto euro l’ora quando invece prende dieci centesimi l’ora, e poi c’è Sanremo, realtà di speculazioni edilizie che “da città lussureggiante di fiori e di bellezza è diventata un grande ipermercato” (Pag 116), e i discorsi sulla sanità e sulla società, sulle nuove generazioni che parlano di sé, come la ragazza da i capelli metà biondi e metà rossi che dice: “Lo so, è facile. Siamo, e mi ci metto anch’io, la generazione della banalizzazione.” (pag. 91) e ancora il discorso sulla libertà, affidato a Miranda, una trans, e infine il discorso sui reality come schermi mentali per non pensare.

Il presente però è sempre accompagnato dal passato; come nei suoi precedenti scritti la relazione passato-presente anche se a volte vive di contraddizioni è una relazione pacifica, che integrata nella vita di tutti i giorni. Così si avvicendano storie di oggi e di ieri, storie di amori antichi e presenti, storie di problemi di oggi e di ieri, storie che in comune hanno una forte umanità.

Ed è proprio questo il tema principale del romanzo, ovvero una sfilata di tipi umani, ognuno con le sue idee, ossessioni, con il suo modo di vivere. Certo il personaggio che forse è il più amato dalla protagonista è il violinista in cerca di informazioni su Madame de Buci, una cantante lirica di eccezionali timbri vocali, amante del bisnonno liutaio Monterumici. Un personaggio che più di altri si lascia vivere trasportato dalle corrispondenze della vita, un personaggi con gli occhi da bambino che non smette di ricercare come del resto faceva anche il bisnonno con i timbri degli strumenti, un personaggio che sembrerebbe amare la vita anche nel dolore come predicava Tolstoj.

In complesso il romanzo è di una improvvisa e affettuosa allegria che contraddice ogni normalità e di un’altrettanta improvvisa introspezione nella vita di persone comuni. 

I personaggi a prima vista, o meglio, a prima descrizione hanno aspetti clowneschi o teatrali, richiamo il teatro della morte, e sembrano apparentemente chiusi nelle loro parole, nel loro monologo, ma pian piano si aprono come avverrebbe in una vera conversazione introducendoci nel loro mondo interiore: troviamo i dispiaceri di un padre che voleva che il figlio avesse un lavoro socialmente riconosciuto, una ragazza che da bambina doveva essere ‘educata alla morte’, ad essere pronta a tutto, e poi una donna obesa traumatizzata dalla diagnosi di un medico che le aveva scritto: grande obesa (e qui un passo simpaticamente interessante a pag. 210 che richiama il poema sulle lettere di Rimbaud). È comunque in questi momenti che troviamo frasi sporche di vita come quando Norma parla della nonna morta, e di suo nonno rimasto solo, e allora: “Improvvisamente è il silenzio. Per quasi mezzo secolo i rumori di un altro corpo sono stati il tuo universo. Rutti, sussulti, respiri, parole, borbottii. Adesso assenza gelida. Niente.” (Pag 200)

È un treno dunque questo che è prima di tutto un teatro della vita, dove si fanno sentire le contraddizioni tra la vita interiore dei personaggi e la realtà sociale; per esempio la grande obesa, e qui ritorna il discorso sul corpo già affrontato precedentemente dall’autrice, ma, con qualcosa in più: “Il grasso come una armatura. Il grasso che la rende una guerriera. Ma gli occhi hanno tracce timide e indifese.”(pag.212) Una donna dunque che si presenta in modo aggressivo, in continua difesa contro l’esterno ma che dentro di sé ha altro e anzi vorrebbe solamente vivere il suo corpo con naturalezza e ricercare nello sguardo degli altri non compassione ma semmai voracità.

Ci sono però anche personaggi che non si raccontano ma vengono raccontati, perché è il narrare l’elemento principale del romanzo. Tra questi la vecchia Sill, un personaggio veramente particolare che tra l’altro ritorna alla fine del romanzo: da lontano, perché lei resta lontano, incita la protagonista a prendere la sua strada, a ricominciare un altro viaggio. Sill è la santa protettrice delle fermate del treno Milano-Ventimiglia, ma prima di tutto è colei che ha visto il mare in tempesta, i gabbiani volare a zig zag e ora sa quali sono i destini di tutti, perché non ha perso l’illusione forse ovvero quell’illusione di cui parla Baudrillard: “quella radicale del mondo, quella che si riferisce alla magia delle apparenze, l’illusione vitale di cui parlava Nietzsche: un’illusione che è più fondamentale dello stesso reale…”

Un estratto della lunga e approfondita recensione di Anita Miotto, in versione integrale qui.

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Dal sito Traspi.net

Francesca Mazzucato abbandona l’erotismo raffinato dei suoi precedenti lavori per rispondere all’esigenza di comporre un’opera molto letteraria, a metà strada tra il racconto onirico – fantastico e una galleria di personaggi che vanno oltre il crudo realismo. Train du rêve non è un romanzo ma una raccolta di storie di vita che profuma di salmastro, composta di arrivi, partenze e tanta nostalgia del passato. Incontriamo personaggi come Taddeo, il poeta plebeo che è stato ospite al Costano Show e ha sognato il successo, ma alla fine è tornato a Imperia e alla sua vita anonima. Conosciamo l’insonne che morde una pipa di schiuma, tenta di fare il ladro di sogni, colleziona benzodiazepine e tenta disperatamente di dormire. Ci sono anche un ferroviere sentimentale, un creatore di atmosfere, una donna povera che fa la spesa all’Oviesse, una nobile decaduta che rimpiange il passato, uno sniffatore di pianerottoli che annusa le case per capire il senso della vita, uno che sa tutto sulla storia di Imperia, una grande obesa, un uomo dalla vita inutile…

Francesca Mazzucato compone un romanzo corale immerso in un clima fantastico che ricorda le atmosfere zavattiniane di Miracolo a Milano. I viaggi della scrittrice da Bologna a Ventimiglia sono scanditi dai pensieri e dalle note dolenti delle canzoni di Enzo Jannacci (Andava a Rogoredo), ma anche dalle immagini del film di De Sica (i poveri che volano a cavallo di scope). Nel romanzo incontriamo pagine di pura poesia come la leggenda della Sill, una storia di mare e ferrovia, due elementi fondamentali del libro. Una donna che “viene dal mare e conserva nel cuore la rivolta collerica dell’acqua, infinita distesa di smeraldo, insieme al calore della sabbia sul bordo, sabbia granulosa mista a ghirigori di conchiglie, frammenti, rifiuti e mozziconi”.

Francesca Mazzucato racconta le esistenze surreali delle persone che incontra sui treni e nelle stazioni, ma tra una storia fantastica e un sogno infranto trova il modo di affrontare il tema delle nuove povertà e delle famiglie dove si lavora in due per millequattrocento euro al mese. Non solo. L’autrice parla anche del telefonino, ormai uno status symbol tra i giovani, e della televisione che trasmette solo spazzatura e reality show (e la differenza è poca). Le città che vengono tratteggiate con pennellate da vera artista.

Sanremo è una sorta di Las Vegas dei poveri che vampirizza i suoi abitanti fino a renderli uguali a se stessa. Ventimiglia è città di confine composta da emigranti, un luogo del sud solo per caso capitato al nord, un posto dove non si vorrebbe tornare ma si finisce per approdarci ancora. Imperia è la patria di un assurdo poeta e di uno storico bislacco che conosce ogni evento del passato di una città artificiale attraversata da un fiume.

Il viaggio è il vero protagonista del libro e se “le partenze sono come libri da sfogliare” pare evidente che il mare è l’unico luogo dove si desidera tornare, spinti dalla nostalgia per le onde e per il sapore del sale. Francesca Mazzucato dimostra di aver raggiunto una piena maturità stilistica e la sua penna raffinata è capace di comporre atmosfere nostalgiche e malinconiche.

Train du rêve non è un libro facile, di quelli che si leggono prima di andare a dormire, però è uno di quei libri dove si sente scorrere il sangue di chi li ha scritti. E ogni tanto fa bene scoprire nella narrativa italiana contemporanea qualche pagina di vera letteratura.

di Gordiano Lupi

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Onirico. Questa è la prima parola che mi viene in mente, per tentare di racchiudere in una parvenza di definizione questo libro che di per sé sfugge alle definizioni. Si defila, si infila tra le fessure, scivola. 
Un lungo sogno, un viaggio.

Sabrina Campolongo, su Anobii e sul suo blog di recensioni

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Cara Francesca, ho già comprato e letto “Train du Reve”, e devo dirti che è un libro
bellissimo, raro in questa panoramica spesso triste della narrativa
italiana

Luca Martini

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Ci sono libri che più di altri raccontano di viaggi. Di storie che si muovono, si incrociano e si raccontano. Forzosamente. Con urgenza. Necessità.
Il romanzo è la narrazione di una tratta ferroviaria. Un tragitto comune. All’apparenza banale. La vita che c’è dentro lo trasforma. Lo rende unico e irreversibile. I viaggiatori si susseguono, si raccontano senza filtri, ne hanno bisogno tanto quanto gli altri di ascoltarli e capirli. I simbolismi sono una faccia, quella forse fin troppo scontata e ovvia. Oltre ci sono cuori pulsanti, paure, amori perduti, ossessioni, consapevolezze, tristezze, pianti, lotte, sesso, pelle rovinata, corpi devastati, maciullati e strappati.
Tutto porta a incroci, incastri diversi, imperfetti perché solo così possono essere.
Le storie e il treno sono i protagonisti. Gli uni senza l’altro perderebbero quel sapore pungente che è l’ingrediente predominante.
Questo libro è una sfida. Sfida il lettore dalle prima pagine, gli fa l’occhiolino e glielo chiede insistentemente fino all’ultima riga, fino all’addio che è solo l’ennesimo arrivederci. ‘Ce la farai? Riuscirai a rimanere attento, concentrato?’. Questa è la domanda. Necessaria. La lettura non può e non deve essere semplice. I sensi sono complessi, le esigenze e le trame lo sono. Complesse. Necessitano di accuratezza, impegno e devozione. Verso i degradi. Gli imbruttimenti. Le debolezze del corpo e dello spirito. L’innegabile e inguaribile consapevolezza di essere piccoli e soli. Inutili forse o perduti, per sempre e irrimediabilmente. Allora il viaggio diventa una necessità. Un bisogno primario, una cura magari o semplicemente un transito per non perdersi oltre il non ritorno.
Il viaggio finisce, com’è prevedibile, alla fine della narrazione ma è solo un’illusione, una delle tante. C’è chi arriva e festeggia. Chi sorride ma ha già la mente altrove, sul prossimo binario. Sui movimenti e i gesti. Sulla prossima tratta da percorrere. Gustare. Annusare piano. Ascoltare. Questo è un libro da ascoltare, assaporare piano. Annusare fino alle profondità più remote delle anime che ci si sono aggrappate. Non è una favola. E’un tratteggio crudo. Nudo. Delle vite che potrebbero essere le nostre o lo diventeranno con il tempo e le coincidenze. Potrebbero. Sono. La natura umana degradata e degradante nella sua più intima espressione.
L’ho finito e il primo prepotente desiderio che ho provato è stato quello di fermarmi su un binario, guardarmi in giro e salire su un vagone, uno qualunque. Sedermi. E iniziare. Ad ascoltare. Con tutto il tempo del mondo. Ascoltare.

Barbara Gozzi, qui

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Un’intervista di Eliselle all’autrice
Il libro racconta le passioni di una viaggiatrice solitaria, lo spirito del vagabondaggio, corpi di sconosciuti incrociati per caso o per destino, ogni stazione una soglia, incontri imprevisti capaci di ipnotizzare, sinfonie di ricordi cullati dai vagoni, vite che si intrecciano sui binari in attesa di un treno, quel treno, il passato che ti segue da lontano, la musica e lei, la viaggiatrice, che si muove fluida, sensuale, sinuosa, senza limiti ne costrizioni. Una folle, dolente, appassionata dichiarazione d’amore per il viaggio, per le cicatrici del tempo sui volti, per l’odore delle pensiline dove muoiono gli amori, per le storie da ascoltare e per tutte le destinazioni che spesso riusciamo solo a smarrire. Ne parliamo con Francesca Mazzucato.

Delirio.NET :Sei instancabile e attivissima. Come nasce questa tua ultima opera, e in quanto tempo è avvenuta la sua gestazione e attuazione?

F.M.: La scrittura è un dono che si manifesta in varie forme. La scrittura è un destino. Si passano periodi in cui è necessario il silenzio, in cui le storie prendo vita, piano piano, da una suggestione, da una parola, dalle scene di un film che non smettono di ossessionare ed è un meccanismo silenzioso, discreto, invisibile. 
Ci sono periodi in cui la narrazione vive solo nella mente, ci si distacca dalle cose e adagio si passa alla stesura. In questi casi occorrono tempi lunghi, occorre pazienza.
Poi ci sono altre occasioni in cui le storie ti inseguono e in cui lo scrivere è un fluire, un maremoto. In cui si scrive e basta, sempre e comunque, al computer o in un quaderno, per strada o a casa. Succede quello che disse Queneau alla Duras. “Non faccia niente altro. Scriva”
Sono periodi in cui l’atto è fisico, avvolgente.
Sono reduce da qualche anno così. Reduce è la parola giusta. Dopo ci si sente come se si fosse rimasti sulla spiaggia, ad osservare l’orizzonte. Dopo c’è un vuoto da vertigine che rivela pezzetti di anima sussidiaria. Che forse prepara la strada ad altre cose che verranno. 
Questo libro arriva da lontano. E’ stato scritto nel 2004 e poi è rimasto fermo per un po’, cosa che non mi era mai capitata. Esercitare la pazienza, lasciar decantare un romanzo. E’ rimasto fermo avendo altri libri preso il sopravvento, altre urgenze e altri demoni che dovevano trovare dimora sulla carta (mi riferisco in particolare all’Anarchiste) erano diventati i compagni delle mie notti, le sfumature delle mie giornate. Il corteo di ombre che non mi lasciava. Dopo, ho ripreso in mano questa storia. Con gioia, con attenzione.
Una storia che nasce da una passione cinematografica e letteraria, quella per il film di De Sica Miracolo a Milano, e per l’opera di Zavattini. L’ho riscritto, è stato letto da altri, mi hanno dato consigli, l’ho lasciato decantare ancora (forse è il mio libro più “lavorato”, più “meditato”). 
Ci sono stati diversi editori interessati e affascinati, propensi a pubblicarlo. Questo editore, Giraldi di Bologna, mi ha permesso i tempi e i ritmi che volevo, mi ha permesso l’anteprima alla Fiera del libro di Torino e anche il lavoro editoriale ha contribuito a dare una forma definitiva che rappresenta certamente un punto di svolta nel mio lavoro. 

Delirio.NET :Incontri. Destini. Istanti. Il titolo è poetico ed evocativo. Ci spieghi la scelta?

F.M.: Doveva chiamarsi “Miracoli sul treno”, ma, in fondo, la sarabanda di personaggi che popolano queste pagine non sono poi così miracolosi, anche se strani, originali, bufffi, come lo “Sniffatore di pianerottoli” o l’”Imperiologo” o il “Creatore d’atmosfere”. Credo che, sapendo guardare davvero, sapendo ascoltare le storie degli altri, personaggi speciali, capaci di infonderci la loro magia, di farci percepire un istante di armonia universale, personaggi dolenti e veri, o solo apparentemente folli come quelli che descrivo, popolano le vite di tutti. Li abbiamo accanto. E’ che non sempre ce ne accorgiamo. Per questo il titolo, francese, sospeso, “Treno del sogno”. Inoltre si tratta di un treno che percorre il tragitto che va da Milano a Ventimiglia, l’ex frontiera con la Francia. E’ stata una scelta condivisa da me e dall’editore, ci sembrava che rendesse la leggerezza surreale e onirica della storia, dell’incrocio di vicende che si trovano al suo interno. 

Delirio.NET :Cito da Train du reve: “Le partenze sono come libri da sfogliare.” Che rapporto esiste tra il libro e il viaggio, tra la letteratura e la scoperta di nuovi luoghi, secondo la tua personale esperienza di lettrice e scrittrice?

F.M.: Io parto sempre. Vado e vengo. Francia, Liguria, Bologna, Roma, Milano, la Toscana. In effetti questo libro è anche una vera e propria dichiarazione d’amore ai treni e alle stazioni. Partire e aprire un libro sono atti simili, che aprono un ventaglio infinito di possibili emozioni, di reazioni, di panorami da vedere, da sentire o anche solo da annusare. Ho sempre pensato che ci fossero grandi affinità, l’incendio di mondi e di volti che non ti aspettavi, parole da leggere o da udire, avventure da vivere. Emozioni che fanno venire la pelle d’oca. Inoltre, viaggiando molto, le due attività per me quasi sempre si uniscono. In treno leggo, vado verso un “altrove” accompagnata da una storia che mi svela altri orizzonti. Credo che non ci sia niente di più bello, soprattutto se, sia leggendo che viaggiando, si cerca di andare, come viene scritto sullo schermo alla fine del film Miracolo a Milano, verso ” un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno.”

(intervista apparsa  su Delirio.net)

Il  Train du rêve  ha un board su Pinterest dedicato , curato da Errant Editions e dall’autrice    qui.  

In preparazione, per ora un work in progress anche un tumblr tematico, questo, come è tradizione di Errant Editions

Breve saggio sul poeta marsigliese accompagnato da un estratto della sua produzione poetica per la prima volta tradotta in italiano da Francesca Mazzucato. Il testo è arricchito da notizie biografiche, da sitografie e rimandi. Apparve per la prima volta nel 2006 per Kult Virtual Press. Questa è un’edizione riveduta con appendice fotografica. Le foto sono tutte dell’autrice, compresa. quella di copertina.

Errant Editions Brauquier Project has started.


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